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lunedì 22 febbraio 2010

IL PRIVATO L'INTIMO IL SOTTRATTO per pianoforte e live-electronics (5-4-2010)


Teatro "Dario Fo" (Camponogara)
ore 20.30 (ingresso libero)
locandina e wallpaper
VIDEO DEL CONCERTO

IL PRIVATO L'INTIMO IL SOTTRATTO è una lezione-concerto a carattere sperimentale dove il live-electronics s'inserisce come parte integrante l'interpretazione pianistica. Affiancare l'elettronica ad uno strumento tradizionale e al repertorio classico non è cosa nuova, ma quasi sempre è la prima ad imporre la propria "logica", trattando il "linguaggio" interpretativo allo strumento come "fisico" evento acustico, e spostando quindi la "lettura" dell'ascoltatore sulla "superficie" concreta del suono. In parole povere, l'elettronica si "mangia" l'interpretazione. In questo concerto, invece, è l'elettronica ad essere mangiata, diventando una filigrana nel linguaggio interpretativo. Ma mentre l'interpretazione tende ad "universalizzarsi" - rivolgersi al "mondo", l'oggetto tecnico è più efficace nel rimanere aderente ad un'immagine privata (è la differenza tra il ritratto e la foto-ricordo). L'immagine privata è mio padre, e gli oggetti tecnici sono la sua voce registrata, la prima ecografia della sua malattia, i riverberi delle stanze nelle quali ho potuto assisterlo negli utlimi mesi di vita. Un'elettronica "a programma", quindi, che àncora il privato come satellite "fuori campo" in grado di esercitare la sua gravità su tutto il concerto.

Software utilizzati: PureData, Apple Logic Pro, Ableton Live.
Patch, tutorial e video saranno liberamente scaricabili dal mio sito a breve subito dopo il concerto.

PARTE 1/3: SCHUMANN | KREISLERIANA

In italiano privato è un aggettivo e un verbo: è sinonimo di intimo - ciò che abbiamo di più personale - e sottratto - qualcosa che ci è stato tolto... curiosamente, sono due sinonimi in apparente antitesi. In uno dei suoi ultimi saggi, Roland Barthes definisce "privata" la scrittura di Schumann, indovinando una riluttanza della sua musica a rendersi pubblica, ad emanciparsi. L'opera "autonoma" si esterna gestualmente, "recitandosi" (Pessoa: "Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente...") Invece, nei suoi oltre trenta minuti di musica, Kreisleriana non è mai epica, non esprime grandezze tragiche, non assume posa filosofica. L'opera "autonoma" si compone (... e si compiace!) in strutture formali intelligibili, mentre con Kreisleriana per l'ascoltatore è problematico persino distinguere gli otto brani in cui si snoda... contarli! Un po' come il vestito sul tavolo del sarto, Kreisleriana è "disposta"... non "composta". In Schumann le costanti linguistiche non sembrano contestate, ma svuotate, appese ad una sagoma di logicità (il pensiero del folle): linee contrappuntistiche si inspessiscono e poi si assottigliano imprevedibilmente come fumo di sigaretta, cadenze si moltiplicano replicando come virus il loro schema sempre più lontano dalla tonalità di partenza. E in questa deriva emergono fantasmi chopiniani, beethoveniani, lisztiani, brahmsiani (e "presagi" di Skrjabin, di Gershwin persino!), quasi citazioni... quasi! Perché se cercassimo il preciso brano a cui il frammento di Schumann farebbe riferimento, scopriremmo che non esiste. E sempre, frase dopo frase, la sensazione è di aver già sentito tutto, ricordarlo... E' un tarlo nel cervello: "da lontano" i temi degli otto Kreisleriana appaiono variazioni l'uno dell'altro, ma è solo un miraggio: "da vicino", confrontandoli, di materiale in comune resta poco o niente. L'analista ha la sensazione che "l'originale" sia scivolato tra le dita come sabbia. Kreisleriana non si "licenzia", il privato è incapace di autonomia. Non possiamo rivolgerci direttamente all'opera perché la stoffa conserva ancora i tratteggi fatti col gesso e i fili d'imbastitura: il nostro riferimento obbligato resta Schumann - il laboratorio del sarto. Lo studio di Kreisleriana è un viaggio nel flusso dei suoi pensieri, è correre sulla superficie della sua immaginazione musicale. Ma come per un incantesimo, fuori dai suoi confini privati, Kreisleriana s'imbroncia. Nell'atto di tradurla gestualmente, di recitarla, di eseguirla "pubblicamente", appare espressivamente inefficace, strutturalmente dispersiva, "mal scritta" insomma. E Roland Barthes c'azzecca ancora quando scrive "Schumann fa ascoltare la sua musica solo a chi la suona, anche se male". In poche parole, il problema è questo: come posso portare a teatro gli otto Kreisleriana senza spostarli dalle stanze in cui li ho immaginati?
... portando le stanze a teatro! Ho cominciato a pensare un'interpretazione di Kreisleriana lontano dal pianoforte, nelle stanze in cui sono stato accanto a mio papà nei quattro mesi della malattia: casa nostra, le sale d'attesa in ospedale, la stanza della chemioterapia... Attorno ad un ammalato di cancro non c'è molto rumore: una sedia che si sposta, il motorino di un respiratore... I pochi suoni piombano nel silenzio come rintocchi. Nei riverberi di quelle stanze immaginavo di immerge Kreisleriana... frase dopo frase. Per questo concerto ho campionato i riverberi di sei stanze: il soggiorno di casa nostra, la camera da letto di mio padre, il piccolo stanzino dove dipingeva, la sala d'attesa di medicina dove mi disse che aveva un tumore, la stanza della chemio, la camera d'ospedale dove ho sentito il suo ultimo respiro. Registrare un riverbero non è come registrare un suono, è registrare la "risposta" acustica di una stanza, il suo particolare tipo di eco. Fa la differenza tra sentire una moneta che cade in uno sgabuzzino, e la stessa moneta che cade in un tunnel. Per campionare il riverbero di una stanza si emette un impulso sonoro con un amplificatore, cosicché impulso e "risposta" della stanza entrino nel computer attraverso i microfoni. Poi il computer fa i calcoli e isola la "risposta" dall'impulso. E infine si ottiene un filtro che può essere utilizzato in tempo reale. (E' un gioco in cui si può anche "barare", infatti ho ottenuto il riverbero di altre due stanze manipolando due suoni concreti: la voce registrata di mio papà e il suono di un ascensore sentito in ospedale.) In pratica associando otto diversi riverberi agli otto brani di Kreisleriana sarà come ascoltare il pianoforte in "quelle" stanze. La piccola tastiera MIDI appoggiata al leggio del pianoforte servirà proprio a questo scopo: otto tasti invieranno al computer il comando per caricare un diverso riverbero per ogni brano. Il senso di questa operazione è che non voglio ricordare mio padre suonando Schumann... ma portarvi fisicamente dov'ero insieme a lui.

PARTE 2/3: SKRJABIN | VERS LA FLAMME

Il più delle volte, il titolo di un brano musicale ci dice cosa dobbiamo aspettarci, ci dà un'indicazione di massima sulla forma: una sonata avrà i suoi due temi ben distinti che dopo essersi presentati nell'esposizione si romperanno le ossa nello sviluppo per poi fare la pace nella ripresa, una fuga invece mette subito in chiaro il suo soggetto che viene imitato senza tante discussioni da tutte le altre voci e tutto funziona come un orologio svizzero. Skrjabin intitola uno dei suoi ultimi brani (quasi il suo "testamento") Vers la Flamme, Verso la Fiamma... La prima domanda: che diavolo di forma è? E la seconda domanda: di che fiamma stiamo parlando? Non saranno le fiamme dell'inferno: quelle sono tante e questa è una fiamma sola... Ma potrebbe riferirsi al fuoco di Prometeo, ad un simbolo religioso, alla cremazione... Com'è fatta una fiamma? Non ha una forma precisa perché cambia di continuo, si trasforma ad ogni istante. Sarà per questo che dei quattro elementi fondamentali secondo i primi filosofi (insieme all'aria, l'acqua e la terra) il fuoco, come "elemento", convince meno! Più che una "cosa", il fuoco è un "processo": combustione. Per Eraclito (duemilacinquecento anni fa) questo processo è la sostanza del mondo, perché tutto scorre, tutto cambia. Pensava fosse illusorio cercare l'essenza delle cose: possiamo solo dire com'è una data cosa in un preciso istante, ma proprio mentre lo stiamo dicendo quella cosa sta già cambiando ("a chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove"), e cambiano i visi, i corpi... Non vediamo "cose", ma assistiamo a mutamenti istante dopo istante. Per Skrjabin (appena cent'anni fa) questo processo in musica è l'equivalente della variazione. Non variazioni su un tema, che è una forma, dove il tema è "l'originale", "essenza" di ciascuna variazione. Skrjabin è invece interessato ad un processo di variazione continua, dove "l'originale" sia sottratto, non ci sia "inizio", e ogni mutazione sia solo una nuova ipotesi. E' un film che comincia con un treno in corsa, non possiamo dire da dove quel treno sia partito, o da quanto tempo (non La Flamme, ma Vers la Flamme... ci stiamo muovendo!) Ma anche sottraendo temi e soggetti non si risolve il problema di far "muovere" la composizione, farla diventare un flusso. Skrjabin ci arriva con uno stratagemma molto arguto: inventa un accordo non rivoltabile... ed è tutto il materiale che gli serve, per l'intera composizione! Tutti gli accordi nel sistema tonale possono essere rivoltati come figure geometriche: un triangolo che poggia sull'ipotenusa può essere rovesciato su un cateto restando sempre lo stesso triangolo, un uomo che cammina sulle mani è semplicemente un uomo a testa in giù! Così un accordo, rivoltato sotto-sopra rimane se stesso. Non l'accordo di Skrjabin. Cambiando la disposizione delle sue sei note cambia identità, cambia nome persino! E "spinge" verso direzioni diverse, verso qualsiasi altro accordo, e quindi anche verso se stesso. E' talmente disomogeneo al suo interno che tende a disgregarsi in parti autonome, ognuna con una propria "andatura", fino a frantumarsi in movimenti vorticosi, rilasciando grandi quantità di energia sonora (come per la combustione, tranne che lì l'energia è termica). E' impossibile descrivere queste mutazioni continue senza usare aggettivi sinestetici come "livido", "luminoso", "tetro", "liquido", "metallico"... come se Skrjabin non volesse limitarsi a comporre con i suoni, ma cercasse di trasformarne il timbro stesso, come faremmo oggi con un equalizzatore... quasi!
Il suono può essere immaginato come una superficie. Può avere una luminosità uniforme - bianco per tutte le frequenze del suono sollecitate, nero per le frequenze azzerate, e varie gradazioni di grigio per un suono via via più intenso. Ma può avere una luminosità a macchie - zone più chiare per alcune frequenze accentuate, zone più scure per le altre frequenze tagliate. Fa la differenza tra sentire una voce a telefono, e la stessa voce di persona. Uso un televisore in sala per far vedere la prima ecografia di mio padre, la prima in cui il tumore si presenta. 4 dicembre dell'8. E' così esteso che nemmeno l'ho riconosciuto... credevo che il bianco disseminato fosse un riflesso sull'immagine. E stava correndo come un treno, partito chissà da cosa, chissà da quanto. Ho suddiviso Vers la Flamme in dieci settori, per ogni settore una diversa equalizzazione, una diversa "tinta". Ma queste equalizzazioni arriveranno direttamente dall'ecografia. Questa volta, dieci tasti MIDI corrispondono ad altrettanti movimenti dell'ecografia - movimenti di rotazione, ingrandimento e traslazione della superficie. Il computer farà corrispondere il livello di luminosità di alcuni punti dell'immagine con l'intensità nei diversi strati dello spettro sonoro. In pratica le diverse inquadrature dell'ecografia diventeranno in tempo reale le diverse equalizzazioni con cui il suono del pianoforte verrà amplificato in sala. Il senso di questa operazione è suonare di cancro - il suono come un allarme che increspa la superficie del silenzio - costringendolo a mostrarsi.

PARTE 3/3: PART | SPIEGEL IM SPIEGEL

In terza media mi trovano una scoliosi allarmante che si sarebbe tradotta in ore giornaliere di ginnastica correttiva, il resto del tempo è per il pianoforte, ma c'è il liceo da affrontare. Così mio papà s'ingegna di registrare sui vecchi "nastri" capitoli di storia, filosofia, letteratura... leggendo ad alta voce, per poi farmeli ascoltare a cena, come la radio! Quando ho cominciato a pensare di preparare questo concerto non avevo un progetto preciso in mente, non sapevo cosa ne avrei tirato fuori, sapevo solo che avrei suonato Kreisleriana. Poi riascolto questi nastri, e spunta fuori la biografia di Schumann letta da mio padre, ed è come vedere il cerchio che si chiude! Decido di concludere con questo frammento, ma non ho idea di come inserirlo in un brano di repertorio. E poi sento questo pezzo per violino e pianoforte, Spiegel im Spiegel, di Arvo Part. Lo "specchio nello specchio" è la struttura del brano: la progressione infinita della stessa immagine, sempre più distante. Dal LA centrale, le note divergono a specchio, sempre più acute e sempre più gravi. Si allontanano... ma sono sempre la stessa nota, più piccola. Eppure non si ha percezione di questo processo: tutto si muove ad una lentezza tale da "stringere" sui singoli istanti, una nota per volta che di ogni istante diventa il nome, l'intimo suono. Ma per suonare Spiegel im Spiegel non basta il pianoforte, ci serve un violino...
L'idea mi viene ricordandomi che Schumann componeva traducendo parole (un nome, una città...) in sequenze di note, semplicemente in virtù del fatto che nei paesi di lingua tedesca queste corrispondono a lettere dell'alfabeto. Così l'idea è questa: non tradurre una parola pronunciata da mio papà in una serie di note, ma modificarla timbricamente, filtrandola con l'elettronica, fino a farla somigliare al suono di uno strumento ad arco - il violino di Spiegel im Spiegel. E la parola "Schumann" è perfetta: lo "sch..." iniziale a simulare lo sfregamento della corda che viene messa in vibrazione dall'arco, il "...ma..." centrale per l'intonazione, e l'"...nn" finale per il vibrato. Questo suono viene poi inviato dal computer alla testiera MIDI per intonarsi alle note della scala. Il senso dell'operazione è suonare con mio padre, dal vivo, con quanto di più fisico mi rimane di lui: il corpo sonoro della sua voce, privato perché intimo, e privato perché sottratto.
Ho sentito l'ultimo respiro di mio padre, e ora voglio regalargliene uno nuovo.

RINGRAZIAMENTI

E' tradizione in alcuni paesi che l'abito della sposa sia cucito da tutte le donne del villaggio, così il matrimonio diventa una festa della comunità. Avevo immaginato questo concerto nello stesso modo: la preparazione di una festa dove poter raccogliere il calore di tutti gli amici che hanno amato mio padre. E' impossibile elencarli tutti... Tina che ha confezionato gli accessori per farmi indossare microfoni e campionare "in incognito" il riverbero di alcune sale, e V. che ha costruito i piccoli banchi smontabili per il computer e gli altri aggeggi elettronici in sala, e Adriano Zin che porterà il suo gran coda Steinway, e mio cugino Ale per l'aiuto stampa, e Marcello per l'aiuto logistico, e lo stupendo Gabri per esserci sempre, e la Cri per i suoi "occhi" preziosi, e il mitico Ste Gajon per il supporto tecnico (e per essercele date di santa ragione alle medie), e il genio di Maresa Majone che ha rimesso con costanza sapienza e generosità la mie mani sul pianoforte, e poi tutti gli altri... Infine mia mamma, timone sicuro tra le onde più alte.
Ma questo concerto è anche la mia terapia per superare un lutto opprimente, e per conciliare il mio difficile passato pianistico con il mio presente di insegnamento ed elettronica. Anzi, per riafferrarlo il presente, ancora avanti di un passo.


5 commenti:

Anonimo ha detto...

"Ho detto: apra la finestra, da qualche giorno io so volare". Buon volo a te Adriano e a Luigino

Anonimo ha detto...

complimenti per l'iniziativa, mi piacerebbe poter assistere, ma sarò nella punta diametralmente opposta della penisola
;)
husk

Irene ha detto...

“Robert. Alexander! Schumann.”
Von Trieeeeeer…. Ricattatore, calibratissimo, quasi manieristico nell’amore per il dettaglio semplice, privato. Il bicchiere di latte, l’oggettistica casalinga, “l’odore della casa da vecchi” del noto regista… Tutti piccoli oggetti ricomparsi in quelle due ore. Una stanza piccina dove venivano confezionati quadri fantastici di una Venezia idilliaca, un salotto che sa di casa, una stanza d’ospedale che brilla del colore della calce, una voce che vibra scandendo un nome e facendoci tutti sobbalzare sulle poltrone rosse del teatro. L’oggettistica del quotidiano, del privato, portata dinanzi a chi può forse lontanamente capire, ma che in realtà non può far altro che subire quell’ingiusto tormento, quell’immagine in bianco e nero che ruota con violenza sullo schermo, mentre il pianoforte si contorce sotto i suoi dettami elettronici. Eccolo, Adriano Von Trier che ancora una volta ci travolge in maniera violentissima, incredibilmente, ripeto: ancora una volta, semplicemente facendo qualcosa per se stesso. Il pubblico è solo un filtro, è solo necessario per avere la conferma che il lavoro fatto non è stato immaginazione e soprattutto che non ha funzionato per un’unica persona (l’esecutore), ma per quasi duecento, che hanno subito inermi un bombardamento… Che sanno di non poter capire del tutto. Ma sono lì, a fare da bravi il filtro per un dolore che viene esorcizzato mostrando la violenza di un’onda sfumata nel grigio, di un rimbombo che cambia impercettibilmente da una “stanza” all’altra. E sono lì, forse non tutti, ma qualcuno sì, a restare immobili, sbigottiti nel rendersi conto che in quel teatro c’è un fantasma, che rimbomba nell’aria. Un’esclamazione: “Robert. Alexander! Schumann.”. Che strano sentire che di un corpo può restare un traccia d’aria che vibra, autorevole e teatrale. Incredibile che ad un corpo possa sopravvivere una sua traccia, alla fine un corpo stesso, che si contorce dolcemente, si sfibra, diviene metallico, e scivola con una tenerezza infinita sulle note del pianoforte. Il figlio picchia i tasti, le note cristalline, come schegge di ghiaccio schizzano nell’aria sublimando. È Adriano che scherza, punzecchia teneramente il padre, come se con le dita ne colpisse dolcemente le braccia, i fianchi, per fargli il solletico. Luigino lo rimprovera con ariosi respiri, che si sciolgono nel riverbero, come il calore del fiato sul viso di una persona amata. Questo strumento a corda scivola sugli spigoli di avorio delle note del pianoforte, sorge e si spegne dolcissimo, tiepido, caldo, disegnando curve arancioni che passano nel petto di chi ascolta come lame calde. I toni più bassi sono inequivocabilmente un coro di voci, tanti Luigino che respirano in tubi di rame, tra lame rosse ed arancioni che avvolgono le dita di Adriano, che lo rimproverano teneramente. “Beeeeeecooooo….”.
Ognuno di noi ha preso parte ad un atto importantissimo di un lutto mai superato. Facendo da spettatori, col viso alzato verso Adriano, su quel palco, cercavamo di sorreggerlo, di tenerlo in alto, di sollevarlo da quel lutto, dicendogli “ Siamo qui.” Ma in realtà su quel palco Adriano sapeva benissimo di essere solo e noi sapevamo che lo voleva essere. O meglio, sapevamo che su quel palco erano in due: Luigino e lui. Gli sguardi ad un ipotetico cielo di quest’ultimo ci facevano capire che lì c’erano solo loro due, noi tutti in platea o in galleria eravamo un in più. Ma poco importa, eravamo parte di un ricattatorio esperimento alla Frankenstein, che riassemblava parti di sé e in realtà non parti di un cadavere o di un lutto, ma pure parti di sé immerse in un lutto.
Adriano, al solito. Vivere ogni cosa in maniera assoluta e catartica è tua prerogativa. Noi tutti ti amiamo per questo. Ci hai spezzettato il cuore, e speravi che un po’ di quei pezzetti restassero sul pavimento del teatro. E alla fine è stato così. Anche se tutti sappiamo che l’unico vero commento che vale è quello che avrebbe espresso tuo padre: “Mona!”
Ahahahah. Ti abbraccio Adri.

Anonimo ha detto...

Sempre un abbraccio forte caro Adriano

Anonimo ha detto...

siete fuori di testa